Cultura & Spettacolo

“DANTE: LA SAPIENZA DI GIOACCHINO M’ILLUMINA” di RICCARDO SUCCURRO*

“…e lucemi da lato

il calavrese abate Giovacchino,

di spirito profetico dotato…   (Paradiso, XII, 139-141).

In occasione del Dantedì, il Centro Internazionale di Studi Gioachimiti era stato coinvolto in numerose iniziative promosse dal Comune di San Giovanni in Fiore e da altre Amministrazioni Comunali, Comitati  della  Dante Alighieri e  Istituzioni scolastiche  della nostra Regione. Leone Tondelli, Herbert Grundmann, Antonio Crocco e Marjorie Reeves sono gli autori che maggiormente hanno messo in risalto l’influenza di Gioacchino su Dante Alighieri. La vivida bellezza coloristica dello splendido albo del Liber Figurarum ed il simbolismo dello Psalterium decem cordarum di Gioacchino da Fiore hanno ispirato Dante. Il sommo poeta, da giovane, frequentò a Firenze la scuola del Convento francescano di Santa Croce dove, in quegli anni,   insegnava  teologia Pietro di Giovanni Olivi. Con la sua Lectura super Apocalypsim, Pietro di Giovanni Olivi rilanciò e attualizzò il messaggio della speranza della terza età dell’abate di Fiore. Presso i frati di Santa Croce,  Dante conobbe anche Ubertino da Casale,  un teologo francescano autore di un’opera,  Arbor vitae crucifixae Jesu Christi, nella quale la lettura apocalittica della storia della Chiesa era ispirata al pensiero di Gioacchino. Ubertino da Casale,  uno dei personaggi principali del romanzo Il nome della rosa di Umberto Eco, dava voce all’attesa gioachimita  di un’era di pace in cui la Chiesa sarebbe stata guidata dal “Papa angelico”. Questo  spirito gioachimita, largamente diffuso fra i francescani, pervade la Divina Commedia. Nel XXXIII Canto del Paradiso Dante contempla le tre Persone divine e, con una grandiosa raffigurazione, illustra il mistero della Trinità:

Nella profonda e chiara sussistenza

dell’alto Lume parvermi tre giri

di tre colori e d’una contenenza;

e l’un da l’altro, come iri da iri,

 parea reflesso, e il terzo parea foco,

  che quinci e quindi ugualmente si spiri”.

È l’immagine dei tre cerchi trinitari, disegnata da Gioacchino nell’undicesima  tavola del Liber figurarum e  descritta dall’abate di  Fiore nell’ Expositio in Apocalypsim (tres in ea colores esse perpendimus: unum viridem, alium caerulum, tertium rubicundum). Questa figura sintetizza i motivi fondamentali della dottrina di Gioacchino.  Oltre a quella dei tre cerchi trinitari,  altre affascinanti immagini ideate dalla fantasia mistica di Gioacchino sono  trasfigurate dalla fantasia lirica di Dante: la figura della candida rosa dell’Empireo nel XXXI Canto del Paradiso è ispirata  dalla tavola XIII del Liber figurarum, il Salterio dalle dieci corde. La profezia  del Veltro del I Canto dell’Inferno si ricollega alla  concezione dell’abate  silano e al suo messaggio di rinnovamento della società cristiana; l’enigmatico verso pronunciato da Adamo nel XXVI Canto del Paradiso  “I  s’appellava in terra il sommo bene” deriva dalla simbologia gioachimita, la   lettera “I” del Tetragramma sacro che designa il Padre, la sola Persona divina rivelata al primo uomo;  la suggestiva visione dantesca dell’  aquila ingigliata del cielo di Giove nei canti XVIII-XX del Paradiso è ideata dalle splendide miniature delle tavole V e VI del Liber Figurarum, delle quali Dante  riporta anche i dettagli (il rubino delle ali,   un occhio solo,  una pupilla e  un ciglio, proprio come nelle figure gioachimite) e dalla immagine  raffigurata in un’altra opera dell’abate di Fiore, lo Psalterium decem cordarum, dove l’aquila ha un valore allegorico compatibile con i versi danteschi; la grande visione  dei canti XXIX-XXX del Purgatorio ove Beatrice è immagine e simbolo dell’ Ecclesia spiritualis, che Gioacchino aveva lasciata come una eredità sacra alla spiritualità del secolo XIII. Gioacchino da Fiore e Dante Alighieri  sono accomunati dalla  visione critica alla Chiesa del loro tempo che si era lasciata impaniare da interessi economici e politici fuorvianti. Per Gioacchino e Dante la  Chiesa  deve fondare  la Pace sulla Giustizia e la Giustizia sulla Carità. Dante riconosce, nel XII Canto del Paradiso,  il suo debito nei confronti di Gioacchino: lo colloca, infatti, fra gli spiriti sapienti,  appagati perennemente dalla visione della Trinità. Le  luci degli spiriti sapienti sono disposte  in modo da formare due corone   concentriche di dodici anime ciascuna. Da una corona si leva la voce del domenicano San Tommaso d’Aquino che loda San Francesco d’Assisi e le origini del francescanesimo lamentando poi  la  decadenza dell’ordine domenicano; dall’altra corona si stacca il francescano San Bonaventura da Bagnoregio che tesse l’elogio della vita di San Domenico di Guzman  rammaricandosi poi per la decadenza dell’ordine francescano. San Bonaventura  così presenta a Dante e a Beatrice il monaco di Fiore: “e lucemi da lato / il calavrese abate Giovacchino / di spirito profetico dotato”. La parafrasi tradizionalmente accreditata di questa terzina  (“risplende al mio lato..) è riduttiva  dal punto di vista concettuale; appare anche non corretta dal punto di vista grammaticale poiché trasforma un pronome personale in un aggettivo possessivo. La parafrasi che proponiamo di “lucemi”, “la sapienza di Gioacchino mi illumina”, rende giustizia all’eccellenza dell’abate calabrese ed alla vitalità del suo pensiero.

 

*Giuseppe Riccardo Succurro

Presidente Centro Internazionale

di Studi Gioachimiti

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